La caduta di Icaro
È la splendida tela di Pieter Bruegel il vecchio del 1558.
In quest’opera, un contadino ara il suo campo con un paziente cavallo, un pastore pascola le sue pecore e le navi solcano il mare spinte dal vento. E Icaro dov’è?
Bruciate le ali, precipitato dall’alto è appena sprofondato, rimangono di lui le sole gambe, che spuntano dall’acqua alla destra inferiore del dipinto.
La caduta di Icaro e il suo perdersi nell’abisso ritraggono simbolicamente il pericolo e la sorte assegnati a chi si alimenta esclusivamente del proprio narcisismo. Nel momento in cui Icaro non si accontenta del suo essere uomo ma crede di poter arrivare fino agli dei, ecco si consuma la sua rovina: l’avvicinarsi al sole fa sì che la cera che tiene insieme le piume si sciolga per il troppo calore e che precipiti nel mare.
Il desiderio, l’ardire di Icaro, trascurando l’avvertimento del padre di raggiungere lo spazio riservato agli dei è l’errore di chi non accetta la sua natura ma vuole spingersi oltre il giusto limite. Non è questa la strada riservata all’uomo, l’abisso che accoglie Icaro è l’abisso di colui che mosso da un’ambizione di potenza, abbandona il reale per l’astratto, la comunità per la singolarità e rischia di scomparire nelle sue profondità, privo di strumenti per creare.
La caduta di Icaro ci insegna che la sofferenza, intesa come la capacità di donarsi al mondo, è l’elemento distintivo del nostro essere umani. Caratterizzati dal limite, non possiamo aspirare direttamente al bene, all’amore ed al successo, ma soltanto risalire ad essi attraverso una ricerca continua, faticosa e reale.
Riferimenti:
Hillman J. (2007). Puer aeternus. Adelphi, Milano.
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