Categoria: <span>Depressione</span>

Sappiamo dar ottimi consigli?

1. “Guarda a chi sta peggio di te, tu sei giovane, ma cosa ti manca?
2. “Cerca di tirati su…fuori c’è una bella giornata!
3. “Tu non vuoi stare meglio…
Sono alcune delle frasi che spesso tendiamo ad utilizzare quando qualcuno a noi vicino sta attraversando un momento di sofferenza psicologica. Questi messaggi oltre a risultare paradossali, minimizzano la sofferenza dell’altro, aumentando il senso di estraneità e disconnessione con il resto del mondo. Per comprendere l’incongruenza comunicativa di alcuni dei nostri consigli e rassicurazioni, proviamo a notare come risulterebbero se li rivolgessimo ad una persona con un problema di salute:
Prima di manifestare una parola di “conforto”, dovremmo cercare di sentire cosa sia la vita per la persona che abbiamo davanti, anche se questo ci può risultare scomodo, in quanto il più delle volte significa entrare in contatto con emozioni estremamente dolorose. L’ansia e la depressione, così come le diverse declinazioni della sofferenza psicologica, non sono modi di essere e vivere che uno sceglie a livello consapevole e di cui ci si possa liberare semplicemente grazie alla forza di volontà o un nostro consiglio.
Ansia e depressione sono il miglior equilibrio che la persona ha trovato in quel momento, un equilibrio doloroso che va innanzitutto rispettato ed accolto.
Sentire le emozioni altrui, cioè l’empatia, diviene per questo una bussola preziosa in quanto ci concede di intuire, ancor prima di capire, lo stato d’animo ed il sentimento che prova l’altra persona, consentendo di sintonizzarci con la sua sofferenza per offrirgli un primo spazio di cura e accettazione: in questo stato di connessione emotiva anche il silenzio può diventare una forma di ascolto empatico.

Riferimenti:
Bolognini S. (2002). L’empatia psicoanalitica. Bollati Boringhieri, Torino.

Il tempo presente

La nostra mente sembra magneticamente attratta dagli aspetti negativi. Fa riemergere memorie difficili e ci rimugina sopra ripetutamente cercando di cambiare il risultato: “Se solo avessi fatto così allora sarebbe andata diversamente…” La mente si occupa anche di tutte le catastrofi che possono verificarsi nel futuro: “Cosa accadrebbe se succedesse anche a me?” . Gli attacchi terroristici, i disastri economici o familiari diventano l’oggetto delle nostre paure, quelle di perdere in futuro, qualcosa di prezioso che molte volte abbiamo conquistato con tanta fatica. ­­­­­­­­­­­­­Crediamo che rimuginare sui possibili eventi negativi della vita sia il compito della nostra mente e che questa modalità ci possa proteggere dai pericoli ma, di fatto, ci fa sentire solo più tesi e spaventati. Questa ossessione per gli aspetti negativi può diventare pervasiva, creando uno stato ansioso e depressivo. Ci aspettiamo di soffrire e di fatto, questo accade come una triste profezia che si auto-avvera. I nostri pensieri sembrano tutti orientati o verso il passato o verso il futuro, raramente toccano la dimensione in cui la realtà esiste davvero, il tempo presente. In questo modo non viviamo, ma aspettiamo di vivere, e preparandoci sempre ad essere felici finiamo per non esserlo mai. Non possiamo cambiare gli esiti del passato o quelli futuri, possiamo solo cambiare noi stessi e questo può essere fatto nel presente. Quando la mente è orientata al tempo presente, quando non cerca alcuna risposta o soluzione, quando non resiste né evita, soltanto allora è possibile entrare in connessione con noi stessi, poiché la mente è capace di percepire il vero; ed è la libertà che rende liberi, non lo sforzo per liberarsi.

Riferimenti:
Magatti M., Petrosino S., Recalcati M. (2013). Pensare il presente. Nuova Editrice Berti, Parma.